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Quest'anno il G8, il vertice delle nazioni più sviluppate, si terrà in Italia. I “grandi” della Terra verranno a dirci che le cose nel mondo vanno male come non succedeva dal 1929, e che se non vogliamo che vadano peggio, dovremo dare ascolto alle loro indicazioni. Ma non c'è da fidarsi perché ottanta anni fa, i loro predecessori dissero le stesse cose ai popoli d'Europa, ma non furono capaci di risolverla la crisi, la grande crisi del ‘29, che generò il nazifascismo, la guerra, i campi di sterminio e la bomba atomica. In realtà i sintomi della crisi si sono manifestati ripetutamente negli ultimi anni. Li hanno chiamati “bolle”, quasi fossero il prodotto innocente del gioco della borsa, e non l'espressione più autentica della scelleratezza del capitale e della sua tirannide nei confronti del lavoro. Ma sarebbe ingenuo credere, di fronte a questa nuova crisi, che il capitale possa redimersi così come sarebbe fuorviante ritenere che la bolla informatica, quella immobiliare e per ultima quella finanziaria, ne rappresentino il declino irreversibile. Si tratta piuttosto di epifenomeni di un processo iniziato negli anni '70 allorquando si inceppò il circolo “virtuoso” dello sviluppo post bellico e il meccanismo di accumulazione che aveva fin lì funzionato raggiunse il suo limite, perché basato su una produzione di merci in misura crescente e superiore alla domanda, stante la dimensione dei mercati di allora. Crisi di un modello di sviluppo dunque, che era anche esaurimento di un modello di consumi, di una tecnologia e di una divisione internazionale del lavoro, ma tutto ciò che ne seguì – ed è tantissimo in termini di ristrutturazione complessiva del ciclo capitalistico- non ne ha risolto la contraddizione di fondo. Infatti anche se con il crollo dell'Unione Sovietica e la susseguente apertura dei mercati russo e cinese, ha preso corpo il processo di globalizzazione dell'economia dove il modo di produzione capitalistico si è fatto universale, tutto ciò non ha mutato il carattere principale della crisi - la sovrapproduzione di merci - dato che l'apertura dei mercati asiatici, nel giro di pochi anni, ha saturato la produzione assai più di quanto abbia rappresentato uno sbocco al consumo. E non poteva essere diversamente. Non c'è dunque da aspettarsi che la crisi precipiti, quanto piuttosto che essa sia gestita dal capitale per ricostituire il saggio di profitto nonostante la crisi, con grandi processi di ristrutturazione ( nel ciclo dell'auto, o nel settore dell'energia), ma soprattutto con un attacco incessante alla condizione del lavoro di cui i ripetuti ed esagerati allarmi sull'economia mondiale, rappresentano il collante ideologico con cui si vuole far coincidere gli interessi degli operai con quelli dei padroni, le sorti del capitale con quelle degli sfruttati.
Tuttavia non è solo sul fronte della recessione che bisogna misurare gli effetti di questo modello di sviluppo, perchè tra i suoi presupposti fondamentali continua ad esserci lo sfruttamento intensivo e centralizzato delle fonti di energia esauribili che ha generato tremendi scompensi nell'equilibrio ambientale. Questo intreccio nefasto che è sotto gli occhi di tutti, non può essere spezzato se non con l'abbandono della concezione sviluppista, industrialista e consumista che è alla base del capitalismo e dunque verso un modello sociale territorialmente decentrato ed improntato al risparmio energetico e all'uso di energie rinnovabili. Ma tutto ciò prescinde dagli interessi del capitale che non intende affatto mettere in discussione l'attuale modello di sviluppo, ma solo di riproporcelo con una diversa base di scambio. A questo proposito ciò che ci deve far riflettere non riguarda tanto il fatto che oggi il prezzo del petrolio sia sceso in pochi mesi da 150 a 40$ al barile, quanto che già a partire dal 2005 esso sia stato aumentato artificiosamente fino al 2008; fino a quando cioè con l'ufficializzazione della crisi, è stato chiaro che un nuovo assetto dell'economia mondiale non può realizzarsi se non a costi crescenti dell'energia e, conseguentemente, con un abbassamento generalizzato dei salari e dei redditi da lavoro, altrimenti i conti non tornerebbero! In poco tempo quindi il prezzo del petrolio tornerà a salire, il tempo necessario al capitale a delineare i nuovi scenari entro cui circoscrivere gli effetti della crisi per la quale, grazie ai colossali profitti realizzati negli ultimi tre anni dalle multinazionali dell'energia - 4000 miliardi di dollari nel solo settore petrolifero - ha già approntato la sua ricetta: rilancio del nucleare e della tecnologia del “carbone pulito”( vedi conclusioni dell'ultimo World Energy Council tenuto a Roma) con l'aggiunta di agrocombustibili , inceneritori, rigassificatori e un po'di energie rinnovabili. Tutto, o quasi, pur di non mettere in discussione quel modello di sviluppo che ci ha portato all'attuale situazione che ci mette di fronte ad un passaggio decisivo per ciò che riguarda la questione energetica, perchè i combustibili fossili non sono illimitati, perchè la loro tendenziale scarsità continua a generare guerre e crisi economiche e perchè l'uso che se n'è fatto ha alterato drammaticamente l'ecosistema. L'ipocrita concordato in sede europea del “20-20- 20” ( riduzione del 20% della CO2 e aumento del 20% delle fonti rinnovabili entro il 2020), è compatibile con l'attuale sistema onnivoro e distruttivo perché in quel 20% di energie rinnovabili c'è compreso anche il nuovo nucleare, i cui effetti devastanti e iduraturi sono ben noti a tutti.
E' sull'onda emotiva dei cambiamenti climatici che alcuni governi, tra cui quello italiano, hanno riproposto l'impiego dell'energia nucleare presentandocela, tra l'altro, come una tecnologia di avanguardia. In realtà la tecnologia nucleare è vecchia e non ha nulla di innovativo (la cosiddetta IV generazione è ancora di là da venire!), ed i reattori che si vogliono costruire sono la riedizione di quelli abbandonati in tutto il mondo trenta anni fa dopo l'incidente di Three Mile Island e, soprattutto, dopo il disastro di Chernobyl: che ciò sia avvenuto con la lotta e il referendum come in Italia, o con leggi del parlamento come in Austria, Svizzera, Spagna, Svezia (entro 2018), Germania (entro 2020) l'uscita dal nucleare rappresentò un dato di fatto incontrovertibile. Inoltre molti dei problemi legati al ciclo nucleare, primi fra tutti i rischi di proliferazione e il confinamento delle scorie, non sono stati risolti e la sicurezza, nonostante venga accreditata come “intrinseca”, resta legata a fattori probabilistici. L'aumento dei costi di costruzione degli impianti nucleari e di quelli per l'estrazione e raffinazione dell'uranio è tale che il Kwh nucleare risulta comunque più costoso di quello prodotto usando combustibili fossili e comunque non risolverebbe il problema della dipendenza legato a queste fonti perchè con il nucleare si può ottenere solo energia elettrica, e in quantità decisamente limitate. Inoltre le riserve di uranio convenientemente sfruttabili non avranno una durata superiore ad alcune decine di anni, per cui c'è il rischio di costruire impianti che poi rimarranno fermi per mancanza di combustibile o perché l'uranio costerebbe troppo per farli funzionare. Perché dunque riproporre il nucleare? Perché siamo al disequilibrio strutturale tra risorse energetiche e consumi e pur di non prenderne definitivamente atto si tenta di aggirare il problema proponendo rimedi peggiori del male. Così il riscaldamento globale, in quanto sintomo più evidente del collasso ambientale del pianeta, viene preso a pretesto per il rilancio del nucleare che si sostiene essere carbon free , cioè senza emissioni inquinanti in atmosfera. E' una volgare mistificazione, basata unicamente sul fatto che dal camino di una centrale nucleare non escono pennacchi di fumo. Ma se si prende in considerazione l'intero ciclo nucleare –dall'estrazione dell'uranio allo smaltimento delle scorie e degli impianti- l'apporto di emissioni in atmosfera dovuto a questi processi, che necessitano di grandi quantità di energia, diviene comparabile o addirittura superiore a quello di una centrale a metano a parità di kwh prodotti. In questo contesto la decisione del governo Berlusconi di costruire 4 nuove centrali nucleari è ancora più sconcertante perché la normativa nucleare italiana è carente, a cominciare dal fatto che non esiste un'autorità di sicurezza e che dopo venti anni dalla chiusura dei vecchi impianti non si è data ancora soluzione al problema del decommissioning, né alla sistemazione dei rifiuti nucleari.
Combattere la crisi e il nucleare ci vogliono convincere che per uscire dalla crisi dovremo accettare qualunque sacrificio, a costo di lavorare di più e guadagnare di meno, di ammazzarci di lavoro e di precarietà, di perdere la pensione e il diritto di scioperare; a costo di consentire che l'acqua, l'energia, il territorio diventino ulteriore fonte di profitto per l'interesse privato. E tutto questo per che cosa? Per rimettere in sesto proprio quel sistema che è all'origine di questa crisi?! Che paghino le banche, i padroni, quelli che smontano le fabbriche per portarle all'estero come facevano i nazisti, quelli che ti licenziano e poi ti riassumono a nero, i politici corrotti e quelli che li corrompono, chi inquina e ci avvelena con le sue produzioni di morte: noi la crisi non la paghiamo, tantomeno i faraonici costi del nucleare ! Il nucleare non serve a ridurre la dipendenza dell'Italia dai combustibili fossili, e nemmeno serve a ridurre l'inquinamento atmosferico: il nucleare è solo la scelta disperata di un capitalismo in crisi che deve ricorre alle leggi speciali e alla militarizzazione del territorio per farcela accettare. Il nucleare costa molto di più di quanto vuole farci credere il governo (la centrale in costruzione in Finlandia identica a quelle decise in Italia è già arrivata a costare 8 miliardi di euro e i lavori non sono finiti) e i soldi per costruire le centrali saranno presi dalle nostre tasche attraverso gli aiuti dello stato e le agevolazioni nella vendita di energia da fonte nucleare che verrà assimilata alle energie rinnovabili (un nuovo Cip 6 nucleare): cioè fin da ora con aumenti sulla bolletta elettrica che è già la più alta d'Europa. Non si può essere contro gli sprechi di energia senza prendere di petto una volta per tutte la società degli sprechi. Non si potrà fare alcun Piano Energetico ,basato su energie rinnovabili-risparmio, fin quando non si ripubblicizza l'intero sistema elettrico oggi in mano ai privati sottraendo un bene primario e strategico come l'energia elettrica alla logica del mercato e del profitto. Per la tutela di salute, ambiente, benessere sociale Per ripubblicizzare l'energia, l'acqua, i beni comuni, Per la diffusione delle rinnovabili e del risparmio di nuovo in lotta • contro nucleare e energia padrona, • contro la proliferazione di impianti termici, di industrie inquinanti, di servitu' militari
Coordinamento antinucleare Salute-ambiente-energia La rinascita del Coordinamento antinucleare risponde alla necessità di contrastare il piano italo francese di rilancio del nucleare e per una politica dell'energia basata sul risparmio energetico e le energie rinnovabili. L'informazione capillare, la formazione degli attivisti e la comunicazione alle popolazioni locali sono i mezzi con cui il Coordinamento si propone di sviluppare la ripresa del movimento antinucleare in Italia ed in Europa.Il Coordinamento antinucleare è uno strumento di lotta aperto alle istanze del territorio che si battono sui temi della salute, dell'energia e dell'ambiente. |
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| Tante bolle, una sola crisi | |||||||
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2009 |
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